A Laresolu c’è una piccola comunità dispersa nella savana. Qui, in mezzo alle acacie, c’è un’aula sospesa nel niente. Verso le 5 del pomeriggio vedi arrivare da ogni parte le donne samburu, nei loro abiti super colorati, pronte a sedersi tra i banchi, con quaderno e penna.
Difficili da raccontare queste donne. Sono donne grandi, splendide, fiere delle loro origini. Hanno cinque, sei, sette figli. Arrivano con i bambini in braccio, e mentre qualcuno piange loro allattano, si scambiano uno sguardo, una risata, una mano. Si aiutano. Si suggeriscono. Ma soprattutto fanno una cosa enorme: imparano.
Vogliono leggere e scrivere. Vogliono mettere in fila le lettere del loro nome, contare, riconoscere un prezzo, una misura, un “quanto manca”. Stanno imparando qualche parola in inglese, e ogni parola nuova è una piccola porta. Ci hanno fatto vedere con orgoglio i loro quaderni, le operazioni, i disegni, le lettere. Non hanno mai tenuto in mano una penna fino ad ora.
In greco c’è una parola potente per raccontare tutto questo: παιδεία (paideía) — l’educazione che ti cambia la postura nel mondo.
È Incredibile quanta rivoluzione ci sia in una donna che impara a scrivere il proprio nome per la prima volta.
Una rivoluzione silenziosa, che siamo sicure porterà lontanissimo.

































