Camilla: la mia esperienza a Embu

Sono in viaggio verso Milano, di ritorno dal Kenya.
La mia esperienza a Embu è stata di soli 20 giorni, ma la realtà così diversa dalla mia ha allungato il tempo e mi sembra di essere tornata un po’ più vecchia. O forse con qualche insegnamento in più?
Non posso dire che mi abbia cambiato la vita, perché torno alla mia comodità, la bella casa e il buon cibo, le uscite frivole. Però torno con più consapevolezza.
Il mondo non è così come noi bianchi lo conosciamo, niente è scontato.
Guardo questo bell’aereoporto di Amsterdam e mi sembra che il mio sguardo penetri attraverso i pavimenti luccicanti e le pareti intonse e raggiunga la terra africana e i piedi nudi che la alzano in nuvole di polvere, che si attacca a tutto, tingendo di rosso.
Ora so, perché l’ho vissuto, che c è un’umanità che vive come ancora attaccata al cordone ombelicale del mondo.
Siamo noi che fluttiamo in una realtà fittizia che ci siamo costruiti.

Tanti mi dicevano, cosa vai a fare in Africa, c’è da fare qui, vai in stazione centrale a Milano, manda i soldi del biglietto e fai più bene.
Però ora mi sento che ho fatto bene ad andare, perché non è sempre tutto questione di soldi.

Prima di tutto non puoi comprendere se non conosci. Per conoscere non basta il telegiornale perché quello ti da emozioni fino a un certo punto. Poi spegni la TV e vai a cena. Per conoscere bisogna vivere in prima persona, condividere veramente le emozioni di una situazione. In tedesco si dice mitfühlen, ovvero sentire con.
Mi sento ora di poter comprendere meglio queste persone, anche se non pretendo dall’alto della mia comoda esperienza di vita di comprendere fino in fondo. La comprensione verso questa gente serve per non giudicare, non condannare, cosa che con l’immigrazione sta diventando comune.
Come fa un bambino che non ha mai avuto una madre a sapere da grande che non deve usare violenza sulle donne? Come fa un uomo abituato a non pianificare il futuro perché sempre incerto, a sapere che se vuole scappare dalla sua miseria in Europa, deve prima trovarsi un lavoro? Come si fa a pretendere da loro ordine e puntualità, se sono cresciuti nella sporcizia e nel caos? Non vedono neanche che il sacchetto di plastica non dovrebbe fare parte del paesaggio.
Che colpa hanno?
Non giustifico, ma capisco e se l’ignoranza rende innocenti, la conoscienza come la nostra rende responsabili. Mi sento in dovere verso questa gente, a cui abbiamo messo in mano il progresso, come se a un bambino dessimo una Ferrari. È chiaro che siamo noi i responsabili se fa un incidente.
Se ognuno di noi andasse a Embu per qualche giorno, magari il mondo non volgerebbe solo le telecamere verso il Kenya, ma tenderebbe una mano, mosso da sentimenti veri.

Di concreto cosa si fa a Embu? Si sta con i bambini, ognuno vuole essere abbracciato, ricevere attenzioni, una caramella, un palloncino gonfiabile. Le donne assunte dalle sisters per seguirli, non possono avere intimità con tutti. Ai bebè si da la pappa e si prendono in braccio. Alcuni hanno problemi a camminare, quindi per loro essere portati fino all’altalena è l’avvenimento della vita.
Poi si sta con le sisters. Al momento c’è una suora Italiana, bravissima, che racconta un sacco di storie vere e piene di significato. La nostra presenza di volontari dà loro forza, anche se ne hanno già tanta per fare quello che fanno. Ma ricorda loro che non sono da sole, che anche dall’altra parte del mondo ci sono persone che appoggiano la loro missione.
Si fanno piccoli lavori utili ma che nessuno ha il tempo si fare. Ho ripulito la casetta dei giochi dei bambini, cucito i buchi delle zanzariere, aiutato con alcuni documenti sanitari, ho spinto per comprare il deambulatore a un bimbo che non stava in piedi, accompagnato una suora in ospedale, tradotto un documento dall’italiano all’inglese, fatto qualche volta la spesa, fatto una lezione di disegno con tempere..
Si cerca di vedere che miglioramenti potrebbero venir fatti, facendo un report a Maisha per trovare un progetto in cui investire.
Insomma, ci vuole fantasia e spirito di iniziativa e l’ho scoperto qui, anche fede, in Dio, nella provvidenza, nella bontà dell’uomo, nel destino, nelle proprie capacità. Fede in qualcosa, perché come dice sister Letizia, se i bambini sono ancora vivi è perché c’è un piano per loro. Sicuramente è un miracolo, che si creda in Dio o no.

L’orfanotrofio non ha nemmeno un’entrata fissa ma vive di offerte e mantiene 50 bambini. Quando li vedevo correre scatenati in cortile, i piccoli che si arrampicano sui cancelli, cadono dall’altalena, e non si fanno niente! Bambini di due anni che vanno in giro per il posto da soli, entrano in cucina, si arrampicano sui lettini.. una mamma italiana sarebbe morta di infarto.

Poi altra cosa importante è che si fa vedere sia a grandi che a piccoli, che il muzungu, l’uomo bianco, non è superiore. Ci sporchiamo anche noi le mani e i vestiti, anche noi mangiamo la loro polenta insipida e sudiamo al sole, anche noi prendiamo in mano una scopa. Questo è molto importante perché ancora purtroppo c’è una riverenza coloniale verso di noi.

A una festa a casa di una sister, mi hanno trascinato in mezzo al cerchio e abbiamo ballato insieme. Ridevano di me, ma non bisogna offendersi, gli africani ridono sempre, soprattutto delle loro sciagure. Penso sia un modo loro, per affrontare le situazioni difficili. Noi ci stressiamo, ci sale il colesterolo e la pressione, loro ridono. Perché forse vogliono stare bene, nonostante tutto. Anche questo dobbiamo imparare.

Quindi chi dice di dare i soldi e basta è un cinico che non ha capito di cosa c’è bisogno: L’incontro, la condivisione, il portare nel cuore.
Sicuramente è servito molto a me come persona, ma anche questo non è egoismo, perché se ognuno di noi imparasse da queste esperienze, saremmo tutti più maturi e coscienti e ci sarebbe più pace e aiuto reciproco.
Naturalmente i soldi sono importanti, ma non bastano, come non basta avere una Ferrari per sapere guidarla.

Non posso negare di essere felice, addirittura sollevata di essere tornata nella civiltà. Questo stop ad Amsterdam è tutto diverso da quello in Entebbe. Ci accolgono bianchi, poliziotti biondi con occhi azzurri. Mi dicono scherzosamente due parole in italiano, quasi non guardano il mio passaporto e mi fanno andare. Invece agli africani fanno più domande, ridono di un vecchietto che non aveva capito che doveva mettersi in fila.
Hanno una bella cintura tutta attrezzata con pistola, manette, torcia ecc, mentre a Entebbe i poliziotti neri avevano il mitra in mano.

Benché fino ad adesso io abbia compatito la povertà dei bambini di Embu, mi accorgo ora che sono io più povera. Povera di spirito perché sentivo la mancanza di questo lusso.
Mi mancava l’ordine, l’organizzazione, i pavimenti luccicanti, gli arredamenti interni non rotti o rovinati, i muri perfetti, le pubblicità a schermo.. ho capito che in realtà questo lusso è il mio ambiente e me ne vergogno.
Cosa direbbe Linet? Una bambina che aveva gioito di stupore a vedere due vecchi divani non abbinati nella stanza degli ospiti?
Mi viene in mente la casa in cui è vissuta sister Magdalen. Fatta di fango, in mezzo alla polvere e foresta, dove l’unico intrattenimento al tramonto erano la luna e le stelle, e di giorno la polvere rossa impanava e il sole cuoceva.

Pensiamo di essere avanzati, migliori, ma in realtà siamo dipendenti dal nostro stesso progresso. Abbiamo bisogno della nostra comodità, per sentirci sicuri e tenerci stretta la voglia di vivere.

Un episodio in particolare mi ha impressionato e riassume in un’immagine quello che sto cercando di scrivere a parole. Una sera ero nella stanza dei bimbi piccoli con il cuore un po’ a terra, perché sono così tanti e non ho abbastanza braccia per coccolarli tutti come si meriterebbero. Appena esco trovo la mandria di bambini più grandi, dai 5 ai 10 anni, che saltano e battono sulle panchine di ferro. Sister aveva appena fatto mettere una lampadina e loro erano felici perché era sera ma potevano stare in cortile perché non era buio pesto. Iniziano a coordinarsi e i colpi sulla panchina diventano un vero e proprio ritmo, i bambini ballano sculettando, come nati con la musica nelle vene.
Insomma, abbiamo fatto mezz’ora di ballo scatenato, prima di andare a cena. Questo grazie a una lampadina accesa.

Grazie bambino piccolo, nudo, orfano, vai per il mondo senza scarpe, sei felice con un chapati e un pezzetto di carta stracciata per farci palline.
Mi hai mostrato la ricchezza dello spirito, del momento.
Con il tuo pronto sorriso hai scoperchiato l’illusione del mio quotidiano e ho potuto cogliere, tramite te, un barlume della vita pura.

Grazie Embu Children’s home.

Luciano Zapponi

Una Risposta a “Camilla: la mia esperienza a Embu

  • So cosa vuol dire la parola “COLLEGIO, ORFANO”.
    All’età di 6 anni, i miei Genitori, mi hanno mandato in un collegio di Suore di Clausura in una città della Regione Lombardia “Baveno”.
    Baveno, per me è come la mia seconda casa; le Suore, le mie seconde Mamme.
    In collegio , ho fatto: dalla prima alla quarta classe elementare; la quinta elementare l’ho fatta a Novara in Piemonte: cioè nella mia Città di nascita.
    In quel collegio cerano molti bambini orfani , ho un tenero ricordo di loro, ma darei qualsiasi cosa per poterli ancora rintracciare dopo anni e anni .
    L’organizzazione era custodita e amministrata dall’Opera Nazionale Maternità e Infanzia, Ente di Novara , sotto il patrocinio della Regione Piemonte e della Provincia di Novara.
    Ora sono diventato un Uomo, mi sono sposato ho due figli e una moglie stupenda.
    Concludo, sperando che quei bambini , ora uomini che erano con me in collegio, abbiano avuto a loro volta la fortuna di farsi una Famiglia come la mia.
    Un augurio anche alle Suore che ci hanno accudito per anni e anni..un forte abbraccio e un GRANDE BACIONE.
    Cordiali saluti
    Eugenio Bertone.

    Eugenio Bertone Via Padova 2 28100 Novara Piemonte Italia mail: eugeniobertone8@gmail.com
    Collegio: Stella Matutina di Villa Fedora : città di Baveno Lombardia Italia.

    Sono entrato in collegio all’età di 6 anni nel 1964;
    Sono uscito all’età di anni 12 nel 1970.

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